Referendum 18 novembre, una lunga serie di buoni motivi per andare a votare. SI alla salute!

Pirogassificatore: l’ultimo atto di una serie di decisioni sbagliate

1. Nonostante le ripetute dichiarazioni che asseriscono che la nostra regione si attiene scrupolosamente alle disposizioni europee ed alle leggi nazionali non siamo stati in grado di raggiungere nemmeno gli obbiettivi di differenziazione e di valorizzazione dei rifiuti stabiliti dall’Art.10 della Legge Regionale 3 dicembre 2007 n.31.

2. La discarica di Brissogne è cresciuta sino a diventare una incombente collina sul casello autostradale di Aosta; un imbarazzante segno di benvenuto per i turisti che visitano la nostra regione. Fino ad ora la politica adottata dalla Valle d’Aosta in materia di rifiuti si è basata più sullo smaltimento in discarica del “tal quale” (frazione umida + indifferenziato secco non trattati) che sulla riduzione e sul riciclo dei rifiuti (basta guardare le percentuali 41% di differenziato contro il 59% di indifferenziato smaltito in discarica). Opportunità per intervenire ce ne sono state tante, l’ultima nel 2008, quando si è bocciata al costruzione del termovalorizzatore. Se 4 anni fa si fosse deciso di puntare sulla riduzione e sul riciclaggio dei rifiuti (compresa la parte umida), ora non ci sarebbe bisogno di predisporre il IV lotto della discarica e la Valle d’Aosta sarebbe in regola, sia con il D.L. 13 gennaio 2003 n.36 che regolamenta le discariche, che con la L. R. 03/12/2007 n.31 che definisce i limiti minimi di riciclaggio.

3. Privilegiando lo smaltimento rispetto al riciclo si è adottata una politica poco diversa da quella utilizzata a Roma o a Napoli:

a. Come a Roma e a Napoli stiamo andando verso la saturazione della discarica;

b. Come a Roma e a Napoli stiamo violando le disposizioni europee 1999/31/CE e la legge nazionale D.L. 13 gennaio 2003 n.36 che vietano di conferire in discarica rifiuti non trattati, in particolare l’umido;

c. Come a Roma e a Napoli ci si propone di risolvere la prossima emergenza discarica smaltendo i rifiuti tal quale con l’incenerimento;

d. Come a Roma e a Napoli si giustificano: l’inquinamento dell’aria; i danni all’ambiente ed alla salute; i costi elevati; lo scarso rendimento termico dell’impianto, con la scelta obbligata del male minore.

Da una regione piccola, ricca, ed autonoma come la Valle d’Aosta sarebbe legittimo aspettarsi qualche cosa di meglio! Soprattutto in confronto ai risultati raggiunti da amministrazioni più povere e con minore autonomia basate in territori montani simili al nostro.

Il pirogassificatore, oltre ad aggravare l’inquinamento, pregiudicherà per anni tutti gli sforzi volti a contenere la produzione di rifiuti.

1. La discarica di Brissogne, come tutte le discariche contenenti rifiuti organici continuerà a produrre odori, gas inquinanti e percolato per molti decenni dopo che si sarà smesso di utilizzarla. (per questo le discariche vengono definite bombe ecologiche ad orologeria). Per questa loro caratteristica la legge stabilisce l’obbligo di monitorale per almeno 30 anni dopo la chiusura. Costruire il pirogassificatore nella stessa zona aggiungerà l’inquinamento prodotto dalla combustione del singas a quello generato dalla discarica.

2. Il pirogassificatore, per garantire alla società privata che lo dovrebbe costruire e gestire un adeguato ritorno economico dovrà operare al massimo della propria capacità per tutta la durata del contratto bloccando per ventitré anni qualsiasi miglioramento nella lotta alla proliferazione dei rifiuti. Le rassicurazioni dell’Amministrazione sulla propria determinazione a procedere comunque sulla strada virtuosa della riduzione dei rifiuti e dell’aumento della raccolta differenziata sono difficilmente conciliabili con le caratteristiche del progetto e con gli interessi del gestore dell’impianto:

a. Se effettivamente i rifiuti sono previsti in costante calo che senso ha pianificare tra 3 o 4 anni l’entrata in servizio di un pirogassificatore con una capacità abbondantemente superiore alle necessità attuali (a fronte di una produzione di rifiuti indifferenziati di 45.000 t/anno, l’impianto dovrebbe essere in grado di smaltirne 60.000 t/anno)?

b. Come verrà utilizzata la capacità in eccesso dell’impianto?

c. Chi si accollerà i costi della progressiva riduzione di produttività dell’impianto?

Vi è il fondato sospetto che i mancati introiti del gestore saranno scaricati sugli utenti.

d. Che senso avrà chiedere ai cittadini di impegnarsi ad aumentare la raccolta differenziata se le tariffe non caleranno?

e. Che fine farà la tariffa basata sul principio “chi inquina paga”?

3. Cosa succederà nei 3 o 4 anni necessari per costruire e mettere in funzione il Pirogassificatore? Si continuerà a conferire in discarica la frazione organica accelerandone l’esaurimento, andando contro la legge ed il buon senso, oppure si inizierà a fare in modo serio la raccolta ed il riciclaggio dell’umido?

4. Cosa succederà se, come è probabile per una complessa macchina sperimentale, il pirogassificatore avrà dei problemi per arrivare a funzionare a pieno regime in modo affidabile?

5. In caso di gravi avarie o incidenti esiste un piano B?

Paolo Meneghini

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Inceneritori a Forlì: “Allarme diossina, pericolo alimenti contaminati”

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Le associazioni ambientaliste locali denunciavano da tempo la pericolosità degli inceneritori di Forlì. A dare ragione ai loro timori è uno studio realizzato dall’Associazione Medici per l’Ambiente in collaborazione con il Consorzio interuniversitario nazionale di chimica per l’ambiente di Venezia, che ha elaborato i risultati.

Nei primi mesi di quest’anno, sono stati condotti esami su polli allevati all’aperto a 800 m, a 2 km e a più di 20 km dagli inceneritori, su uova di galline allevate all’aperto a 800 m e 3,8 km, e su campioni di latte materno di mamme residenti a 500 m e a 1,9 km dagli impianti di incenerimento dei rifiuti.

“Le indagini mostrano che entro un raggio di 2 km tutti i campioni di alimenti eccedono i livelli che le normative stabiliscono per tali inquinanti (uova e polli) e che si assiste ad una loro netta diminuzione man mano che ci si allontana dagli impianti”, hanno dichiarato la dottoressa Patrizia Gentilini e il dottor Stefano Raccanelli. “Queste sostanze non sono assunte attraverso l’aria che si respira, ma attraverso il cibo: infatti le diossine, una volta emesse attraverso i fumi, contaminano terreno e pascoli ed entrano nella catena alimentare”.

Per le diossine, infatti, il pericolo non è rappresentato dall’aria che si respira, ma dagli alimenti contaminati che finiscono nei nostri piatti ogni giorno. “Si tratta di molecole molto stabili e perciò persistenti, sono insolubili in acqua ma hanno un’elevata affinità per i grassi”, hanno spiegato gli autori dello studio. “Si accumulano negli organismi viventi in concentrazioni anche molte migliaia di volte superiori rispetto all’ambiente”.

Alla presentazione dei risultati di questa ricerca non sono mancate le reazioni, a cominciare da Hera, gestore dell’inceneritore di Coriano, tramite le dichiarazioni dell’amministratore delegato di Hera Ambiente, Claudio Galli, che sostiene che “le emissioni sono un centesimo rispetto ai limiti di legge e si possono verificare sul sito del gruppo.”

A portare i dati, e la battaglia, in Comune è la lista civica DestinAzione, tramite la consiglieraRaffaella Pirini. “La diossina forse non si trova in eccesso negli inceneritori perché la si cerca nei posti sbagliati, dunque?”, chiede ironicamente, “La diossina che ci interessa, invece è quella che si accumula negli alimenti che noi mangiamo e nei nostri tessuti, si accumula ed è persistente rendendo vane le assicurazioni di Hera che sta già dicendo che lei rispetta i limiti, anzi è al di sotto di essi di 100 volte… il concetto giusto è che anche entro i limiti di legge, la diossina va evitata perché rappresenta un pericolo”.

La consigliera di DestinAzione non risparmia critiche nemmeno alle amministrazioni locali. “Nella gestione rifiuti il buon senso e la responsabilità nei confronti dei cittadini avrebbe dovuto già da un pezzo fatto intraprendere la riduzione drastica dell’incenerimento dei rifiuti. Questa cosa si spera avvenga ora con l’avvio del Porta a Porta in una realtà popolosa come quella di Forlì. Le amministrazioni comunale, provinciale e regionale non hanno assolutamente mostrato di interessarsi a questi problemi, facendo finta che non esistessero, anzi addirittura sminuendoli”.

“L’esposizione a diossine è correlata sia allo sviluppo di tumori”, ricordano gli autori dello studio sull’area degli inceneritori, “ma anche a disturbi quali danni riproduttiviabortività, malformazioni specie urogenitaliendometriosi, anomalie dello sviluppo cerebraleendocrinopatiedisturbi polmonaridanni metabolici con innalzamento di colesterolo e trigliceridi, dannicardiovascolari, epatici, cutanei, deficit del sistema immunitario”.

Non si è fatta attendere una risposta anche da parte di Arpa e Ausl di Forlì, che sostengono che nelle loro attività di monitoraggio, i valori dei campioni di terreno analizzati, provenienti da punti di minima e massima ricaduta “sono risultati analoghi a quelli riscontrati in terreni di aree rurali in diversi paesi europei”.

Se i controlli effettuati sui fumi degli inceneritori sono ben al di sotto dei limiti di legge, come dichiarato anche da Hera, per Arpa e Ausl le cause della presenza di diossina sono da ricercare altrove, perché, “data la persistenza nell’ambiente di queste sostanze, la loro eventuale presenza nel terreno e quindi nella catena alimentare va quindi ricondotta a inceneritori nelle configurazioni impiantistiche del passato oppure ad altre sorgenti.”

“Nel biennio 2009-2010, nel forlivese, sono stati analizzati 24 campioni di varie matrici (uova, carne di pollame, carne bovina e suina, latte bovino e olio)”, continua la nota di Arpa e Ausl. “Tutti gli esiti analitici sono stati negativi”.

“Ci sono subito delle obiezioni da fare”, risponde la dottoressa Gentilini alla nota di Arpa e Ausl. “Quando si dice che le emissioni sono nei limiti di norma per singolo metro cubo, non si tiene conto dei volumi totali dei fumi che escono dai camini degli inceneritori. Questo dato può andare bene per il gestore, non per le istituzioni che dovrebbe occuparsi della tutela della salute dei cittadini. In più le diossine si concentrano anche nei sistemi di filtraggio e queste ceneri devono essere smaltite, quindi è possibile una dispersione nell’ambiente”.

“I tecnici di Arpa hanno realizzato analisi sul latte materno? Quali sono i luoghi in cui hanno raccolto i dati?”, si domanda Patrizia Gentilini. “Se sono così tranquilli, possiamo fare una verifica in doppio cieco.”

“I nostri dati superano i livelli previsti dal regolamento 1881 della CEE e questo risultato è inconfutabile”, spiega il dottor Stefano Raccanelli.  “Inoltre in Italia non è previsto un limite di legge per la presenza di diossina sui terreni dedicati alla pastorizia e all’allevamento di animali. Per quel che riguarda i dati sull’aria, Arpa non ha tuttora la strumentazione atta a campionare le emissioni di diossine secondo le norme europee. Non sono nemmeno accreditati a fare questo tipo di monitoraggio. Quindi non sono in grado di dire qual è il reale flusso di massa di diossine da un inceneritore e l’impatto che ha sull’ambiente.”

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Sentenza T.A.R.: Cittadini valdostani 1 Costruttori inceneritori 0!

Pubblico di seguito la sentenza emessa dal TAR, riguardo i due ricorsi presentati dalle associazioni Assoconsu  e Anida. Il Tar si dichiara incompetente e dispone che la competenza sia del Tribunale Ordinario. Esattamente come avevano chiesto i nostri avvocati. La partita non è ancora finita ma noi cittadini abbiamo segnato un bel punto!

79 2012 sentenza TAR ANIDA

 

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Benvenuti

Benvenuti nel nuovo sito di ValleVirtuosa.

Un grosso ringraziamento a tutti quelli che hanno dato una mano a questa blogger imbranata, Davide, Luca, Luisella, Michel.

Special thanks to my friend Pamela. Lei ed io sappiamo perchè 😉

Il cantiere è ancora aperto, per cui tenete il caschetto di protezione mentre visitate!

Buona navigazione!

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